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Rose Garden

Ho abbandonato le stanche membra su una panchina in mezzo al roseto e davanti a me un arcobaleno di colori si muove dolcemente ad ogni cambio di umore di questa strana giornata dell’estate Irlandese. Sole e pioggia si contendono il comando del cielo mentre il vento e’ occupato a parlare con gli alberi accarezzandone le fronde. Una gazza passeggia saltellando tra i vialetti asfaltati e l’aria e’ intrisa di una cocktail di profumi che dai petali di mille colori arrivano dritti alle narici. Non ho contato quanti tipi di rose ci siano ma mi sono abbassato ad annusarle e ad ammirarle tutte, non credo di aver saltato una varieta’. Alcune hanno profumi dolci e intensi, altre un profumo forte e pungente, altre ancora devi arrivare a toccarne i petali con il naso prima di poter carpirne il lieve e delicato profumo. Le rondini volano alte e con le loro virate improvvise sembran schivare le nuvole che vanno e vengono velocissime mentre i gabbiani galleggiano leggeri nella vastita’ dell’azzurro. In lontananza le alte e verdi chiome dei lecci e dei pini fanno da sfondo a questo stupendo quadro nel quale mi trovo dipinto. Ancora una volta ho incontrato il silenzio.

Carissimi nipoti,

Tutto quello che dite è verissimo e sacrosanto ma è vero visto con i vostri occhi. Non posso negare che l’Italia sia uno dei Paesi più belli al mondo sia architettonicamente che naturalisticamente parlando. Non posso negare che il cibo sia ottimo e che certi aspetti del clima siano piacevoli. Tutto questo però non bastava a tenermi ancorato. Come vedete non bastava neppure avere tutti voi, e il resto della famiglia. Se ci pensate, quando vivevo ancora la’, e a pochissimi chilometri di distanza, non è che ci vedessimo o sentissimo così spesso no?! Anzi!! Ed è normale che fosse così, ognuno percorre la propria vita, fatta di abitudini, di quotidianità , di ritmi personali, di passioni e tanto altro ancora. Ognuno cerca la propria dimensione e ognuno la trova in modi diversi. Vedrete che un giorno anche voi troverete la vostra.

Certo che mi mancate e non lo nascondo, ma non credo che la vicinanza o lontananza fisica siano così rilevanti. Ciò che ci lega va oltre, non deve scalare montagne, navigare mari o attraversare nazioni intere. E’ dentro di noi e di conseguenza sempre con noi. E se capite questo imparate un’altra cosa di me ed io di voi. Capite che per me volervi bene non significa potervi vedere o parlarvi tutti i giorni, so che ci siete e questo mi basta. Ogni tanto anche io ho bisogno di abbracciarvi, baciarvi e soprattutto di guardavi negli occhi e fissarmi nella mente quello sguardo che nella sua brevità ed al tempo stesso nella sua intensità , riempie tutti i giorni lontano da voi.

Ricordatevi, non conta quanto tempo trascorriamo assieme, ma la sua qualità. E questo vale per tutti gli aspetti della vita. Non importa quanto leggete, ma cosa leggete, quanto guardate la tv ma cosa guardate, non importa quante volte da grandi vi innamorerete ma quanto sarete presenti e consapevoli nel farlo. Contrapponete sempre la qualità alla quantità, la consapevolezza all’ ignoranza. Lo so, purtroppo il mondo di oggi nel quale vi trovate a crescere si basa sull’opposto di questi principi. Quantità e ignoranza sembrano aver preso il sopravvento ma cio’ non significa che siano vincitori ed esempi da seguire. La scelta e’ tutta vostra, solo voi deciderete quale strada percorrere.

Con questa ultima considerazione vorrei chiudere la lettera di oggi chiedendovi di fare un piccolo esercizio. Troppo spesso facciamo le cose di tutti i giorni senza esserne consapevoli, senza essere veramente presenti, senza che ce ne accorgiamo. La prossima volta che vi siedete a tavola, guardatevi attorno per un attimo e cercate di “vedere” cosa vi sta attorno, non limitatevi a guardare. E dopo aver messo il primo boccone in bocca, chiudete gli occhi e masticate lentamente, assaporate quello che state mangiando, godete del suo gusto, del suo sapore, della sua consistenza. Siate consapevole di quello che state mangiando. Vi accorgerete subito di cosa voglio dire quando vi parlo di consapevolezza e dell’essere presenti.

In Love & Light

Zio Paolo

Il Boyne scorre lento e pacioso giù nella valle e nei giardini di Townley Hall la banda suona all’ombra del grande sicomoro. Art in Action , un luogo magico in mezzo al verde dove abbiamo trascorso la bellissima giornata di sabato 31 Maggio. Il festival si svolge ogni anno durante il lungo fine settimana di giugno e quello appena passato ne ha segnato la quindicesima edizione.

La giornata è veramente stupenda in questo ultimo giorno del maggio Irlandese, il più caldo degli ultimi cento anni a giudicare dalle statistiche pubblicate sui giornali la settimana scorsa. Siamo in tanti a goderne, lo si legge sui sorrisi. Una bambina piccolissima balla al ritmo vivace della musica e guardarla mi punzecchia la gioia di vivere.

In questo posto, lontano dalla città, si respira davvero un’aria diversa, più fresca, vivace, allegra. La gente ha stampata in viso un’espressione tranquilla e rilassata, una bella esternazione degli animi ricaricati dal tepore del sole, dalla bellezza del luogo, dal buon cibo e soprattutto da tanta bella arte.

Ma quello che per me rende l’aria davvero speciale non è la cucina Indiana con la quale mi son deliziato il palato e non è neppure l’essere in mezzo alla natura, cosa che come sapete è spesso la cura di tutti i miei mali.

Direi piuttosto che sia l’odore del pezzo di legno che, davanti ai miei occhi, la mano esperta di Paddy o di Andrey sta modellando sul tornio lasciando a terra una nevicata di trucioli bianca e profumata. O la mano che tutta imbrattata stringe tra due dita il pennello che Tom, un pittore di scuola Impressionista (tra le mie preferite) fa scorrere con gentilezza e precisione sulla tela.

E poi c’è Alison che nonostante intrecci rami di salice da oltre quarant’ anni continua a farlo con lo stesso amore di quando ha cominciato. C’è Jane che stende la creta con il mattarello come fosse pasta fatta in casa, la taglia a strisce più o meno regolari per utilizzarla in seguito per fare vasi di varie forme e colori.

C’è poi un Derek, un signore con una faccia scavata dagli anni e i capelli lunghi e grigi. Di mestiere costruisce strumenti musicali a corda dei quali espone alcuni bellissimi esemplari in una tenda fatta di legno e stoffa, ma lo troviamo fuori che sta piallando alcune stecche di legno accanto a quella che somiglia alla chiglia di una piccola imbarcazione. Ogni volta che qualcuno si avvicina alza gli occhi per un attimo, sorride e si rimette a lavoro. Dice che sta costruendo una piccola canoa che utilizzerà la prossima estate per fare gite di pesca sul lago. Uno dei sui passatempi preferiti.

L’incontro con Paul Doolye, un musicista fabbricatore di arpe è quello che più mi coinvolge. Sul bancone difronte a sé oltre ad alcuni Cd sono poggiate, una ad ogni lato, due bellissime arpe irlandesi. Una terza ancora non terminata la stringe tra le ginocchia e con cura e attenzione sta dandole gli ultimi ritocchi con carta vetrata. Anche quella che suona lui se l’è costruita con le proprie mani utilizzando legno di ciliegio, salice e pino svizzero. Ci racconta della sua musica e delle sue arpe, ci spiega la differenza tra i vari tipi di legno, il numero di corde e i differenti metalli che le compongono. Lo si ascolta volentieri e alla fine ci invita pure a suonare qualcosa. Dice che l’arpa è uno strumento speciale, basta pizzicare sulle corde e ne esce musica. Con non poco timore ci decidiamo a provare e dobbiamo dargli ragione, il suono ad ogni tocco di corda è gia’ musica.

Più tardi seduto sull’erba all’ombra di una quercia ripenso a tutti gli artisti/artigiani che abbiamo incontrato, penso all’espressione sui loro visi, ai piccoli e grandi capolavori frutto del loro lavoro, penso alla bellezza del suono dell’arpa, al profumo del legno e dell’olio di lino, al cuoio del calzolaio Turco, la creta bagnata e quanto sia bello sentirla prendere forma dalle proprie mani, penso allo splendore dei gioielli fatti a mano, al martello che batte sull’incudine del mastro ferraio. Quante emozioni ci hanno regalato.

Per un attimo penso alle mie giornate trascorse in un ufficio ad aria condizionata, dove tutto e’ procedure e regole, dove la fantasia non ha spazio, dove l’unico stimolo tattile che le mie mani ricevono e’ sulla punta delle dita che battono sulla tastiera. Soprattutto penso a quanto amore, quanta dedizione, quanta passione e intensita’ ho ritrovato riflessa negli occhi e nelle opere di tutti quelli che abbiamo incontrato e con i quali ci siamo fermati a parlare.

Per un attimo, ad occhi chiusi, ho cercato di immaginarmi la luce che si accende nei mie occhi quando parlo del mio lavoro. Tutto quello che ho visualizzato e’ stata la luce fredda di un neon. Riaprendo gli occhi ho riempito i polmoni con respiri profondi e mi piace pensare che un po’ di quella atmosfera, di quell’aria di cui il festival era intriso si sia depositata nei miei polmoni. Una scorta a cui attingerne ogni volta che ne sento il bisogno.

Non ho nessuna intenzione di passare un’altra giornata in mezzo ai turisti e una volta saliti in auto ci dirigiamo verso sud. Ancora una volta superiamo incolumi quella che sin dal primo giorno ho ribattezzato “la rotonda della morte”, qualcosa di simile ad un girone dell’inferno dantesco, dove anche il piu’ disciplinato al volante e’ costretto a dimenticarsi tutte le regole della strada. Unica regola, imporsi, avanzando con decisione ma dolcemente, lavorando di frizione, come in un gioco che tutti sembrano conoscere e che consiste nell’avvicinarsi il piu’ possibile all’auto di fronte e a quelle ai lati ma senza toccarle, il tutto naturalmente accompagnato da uno schiamazzo assordante di clacson. Fa un po’ impressione ma sembra funzionare.

Giunti a Marsaxlokk, un paesino di pescatori raccomandatissimo dalla guida, lo attraversiamo lentamente senza fermarci, la notte ha fatto mareggiata e l’odore misto di pesce, alghe e gasolio e’ davvero troppo forte per le narici di mia moglie. Proseguiamo per qualche chilometro lungo la strada costiera, la terra si fa sempre piu’ arida e brulla e all’ orizzonte si cominciano a scorgere le prime gru del porto commerciale dove a ritmi serrati si caricano e scaricano navi cargo che arrivano da ogni parte del mondo. Per capire l’importanza di questo porto per l’economia dell’isola bastano i pochi chilometri che lo separano dalle cittadine di Hal-Far e Birzebugga, quest’ultima considerata da molti come una citta’ dormitorio. Il manto stradale e’ nero come la pece e liscio come un tavolo da biliardo, la strada e’ infatti nuova di zecca e finanziata da fondi europei. Ha pure un nome, si chiama “Hal-Far road”.

Per quanto breve, questa strada la trovo noiosissima e alla prima occasione imbocco una stradina stretta stretta e circondata da muretti a secco. E’ a fatica segnalata sulla mappa e sembra che vada a finire sul mare, e’ prevalentemente sterrata e piena di buche e poco dopo mi accorgo che mia moglie si e’ totalmente irrigidita e sta aggrappata al sedile. La sua schiena certo non gode ma il motivo fondamentale e’ un altro. Abbiamo infatti da poco passato il “centro di accoglienza” dove in tende verdi fornite dall’esercito si trovano accampati gli immigrati provenienti dalla vicina Africa e le condizioni in cui vivono questi poveretti fanno accapponare la pelle. Un centinaio di tende fornite dall’esercito sono state montate in mezzo ad un piazzale sterrato dal quale, ad ogni refolo di vento, si alzano nuvole di polvere che riempiono gli occhi, i polmoni e le tende stesse. In ognuna vivono dalle otto alle dieci persone e ovviamente di acqua corrente, bagni, cucine e cose del genere neanche a parlarne, e’ tutto in comune e a giudicare dalle informazioni che ho poi trovato su internet nei giorni scorsi, quel che si vede da fuori passando velocemente come abbiamo fatto noi, senza fermarci per una questione di rispetto, non e’ che la punta dell’iceberg. In un giornale online locale si parla di uno scandalo tirato fuori da alcuni giornalisti che giustamente hanno denunciato le condizioni disumane in cui questi immigrati, la maggior parte clandestini, siano costretti a vivere. Si parla addirittura di un caso in cui otto persone, si dice ammalate di vaiolo, siano state costrette a vivere per alcuni mesi in una unica stanza senza mai uscire.

Il centro aperto nel 2002 e’ attrezzato per accogliere all’interno delle poche costruzioni in mattoni e cemento circa ottanta persone. Non ho idea di quante ne accolga al momento ma quelle che abbiamo visto noi erano sicuramente molte, molte di piu’.

Una domanda tra le tante, ma davvero quello e’ il massimo che possiamo offrire a quei disgraziati?

Prendiamo l’autobus 65 che ci porta a Mdina, impiega 45 min per fare 10 Km ed e’ pure pieno zeppo. Qua gli autobus sono tutti piuttosto vecchiotti e viaggiano a porte sempre aperte in barba ad ogni regola di sicurezza. Non fa particolarmente caldo, anzi la temperatura e’ simile a quella che abbiamo lasciato a Dublino. La strada e’ praticamente una serie di buche congiunte da sottilissime strisce di asfalto e l’autista sembra sia pagato per prenderle tutte. L’esperienza e’ comunque per me positiva, curiosa e a suo modo interessante. Un po’ meno per l’ernia al disco di mia moglie che ad ogni buca lancia fitte laceranti che la lasciano a volte senza fiato. E io che pensavo fosse senza parole per l’emozione.

A destinazione ci accoglie un fiume di turisti che ad intervalli regolari vengono vomitati in strada dagli autobus di linea e non. Saltiamo a pie’ pari i soliti negozietti “inganna turista” e cerchiamo rifugio dentro Palazzo Falson. Dietro il bancone della biglietteria c’e’ James che sembra aspettarci, ci accoglie con fare gentile e ci chiede se siamo interessati ad una visita del palazzo. Ovvio che lo siamo e mentre la mia dolce meta’ paga e prende gli auricolari per la visita che ci apprestiamo ad iniziare, io come mio solito cerco di attaccare bottone ed incuriosito dall’accento americano piuttosto marcato di James gli chiedo dove lo abbia preso. Mi guarda un attimo e con una nuova, bella luce negli occhi risponde con orgoglio “New York City” e ci racconta brevemente la sua storia. Lascio’ Malta nel 1954 compiendo il lungo viaggio che allora si faceva ancora via mare e per venti anni consecutivi non torno’ mai una volta a casa. La sua vita sembrava orami essere in America se non che’, in un bel giorno di Aprile del 1974, spinto dalla voglia di rivedere i genitori rimasti nell’isola, decise di salire su un aereo e tornare a trovarli.

Ancora non sapeva che quella decisione presa quasi d’istinto e solo in apparenza guidata dall’amore per i propri cari gli avrebbe invece sconvolto la vita negli anni a venire. Tornato sull’isola si accorse infatti di quante cose gli fossero mancate in tutti gli anni a NY. Il cibo, gli amici d’infanzia, la famiglia, il clima e l’azzurro del mare, i profumi, gli odori e le mille sfumature del cielo. Fu come “innamorarsi di nuovo” dice lui.

Fu cosi’ che da allora comincio’ a tornare sempre piu’ spesso fino a quando nel 1997, preso il coraggio a due mani, torno’ a vivere sull’isola che in cuore suo si sente di poter chiamare nuovamente “casa”. Termina il racconto con un sospiro profondo e scusandosi per averci trattenuto, ci mostra il funzionamento degli auricolari e ci accompagna al punto d’inizio del tour. Giro tra le stanze ascoltando la voce registrata ma quella che sento veramente dentro e’ ancora quella di James; non so cosa fosse ma c’era qualcosa di insolito nel suo modo di parlare, credo fosse soddisfazione o addirittura orgoglio nell’avere la certezza di aver fatto la scelta giusta, di aver preso la decisione che lo ha reso veramente sereno. Sara’ che non capita cosi’ di frequente di incontrare persone cosi…….si puo’ dire fortunate? Presumo di si.

Lo incontriamo di nuovo all’uscita, il tour finisce da dove comincia e dobbiamo restituire gli attrezzi elettronici. Ci intrattiene ancora per un po’ prima di lasciarci andare, ma questa volta ci parla della storia del palazzo e di un sacco di altre cose che non vengono raccontate durante il tour. Uscendo per proseguire l’escursione tra le strette viuzze di Mdina, lo salutiamo quasi a malincuore ma con la sensazione che ci incontreremo ancora. Passeggiamo per un po’ e quasi non ci accorgiamo del tempo che passa fino a quando un buon profumo di pizza appena sfornata ci riempie le narici e ci svuota lo stomaco. Seguiamo la scia e un’ora piu’ tardi anche la pancia e’ pronta per la tornare verso l’albergo. Vista l’esperienza mattutina, l’idea di riprendere di nuovo l’autobus non e’ che ci sembri la migliore, ma con il taxi come unica alternativa optiamo per l’autobus. Non e’ una questione di prezzo ma di sostanza, mica tutti i tassisti son come George e il percorso e’ cio’ che conta, mica la meta!!!! (Continua)

Come concordato George ci sta aspettando all’uscita dell’aeroporto e con la sua Mercedes di qualche anno fa, ma di cui sembra andare ancora orgogliosissimo, ci portera’ in albergo. Ci accoglie con un sorriso a trentadue denti e una pacca sulla spalla come se ci fossimo sempre conosciuti. E’ alto, magro e ha il viso abbronzato, provato dall’eta’ e dal sole. Indossa occhiali da sole grandi e rotondi e appena saliamo in macchina comincia a parlare in un Inglese piuttosto incerto che di tanto in tanto, quando in evidente difficolta’, intramezza con parole in Maltese e Italiano. Ben presto ci accorgiamo che la lingua locale e’ in effetti un misto di Italiano, Inglese, Siciliano e in prevalenza una forma di dialetto Arabo. Il suo cellulare squilla spesso e ogni volta lo sentiamo parlare in un Italiano migliore del suo Inglese. Non sa che siamo italiani, per lui arriviamo da Dublino e siamo Irlandesi. Per metterlo a proprio agio gli faccio i complimenti per la padronanza della lingua e questa volta parlo anche io in italiano e gli confesso che siamo entrambi italiani ma che viviamo in Irlanda da qualche tempo. Cio’ nonostante, lui continua a parlarci in Inglese e noi rispondiamo di conseguenza. Forse non mi ha sentito impegnato come era nel destreggiarsi tra la fiumana di auto del caotico traffico maltese e una telefonata e l’altra. Io nel frattempo continuo ad ingaggiarlo in una conversazione. Adoro parlare con le persone del luogo, mi aiuta a capire le cose meglio di una qualsiasi guida che trovo in libreria e spesso e’ l’unico modo per raggiungere quei luoghi che vado cercando nei miei viaggi e che solo i locali possono svelarti.

Ma George e’ troppo distratto oggi e preferisce sfogarsi in lamentele sul modo di guidare dei suoi connazionali e di quanto le sue giornate siano fin troppo piene di impegni lavorativi. Dice che nessuno vuole piu’ aspettare al giorno d’oggi e quando lo chiamano tutti vorrebbero che fosse sempre disponibile e da subito. Lo lascio sfogare e dopo qualche minuto mi sembra gia’ che si sia calmato un pochetto. In mezzo alle tante lamentele trova anche lui il tempo per farci una domanda, ci chiede se abbiamo intenzione di guidare durante il nostro soggiorno. Gli rispondo che si, il noleggio di un’auto e’ forse l’unica cosa che abbiamo pianificato. Prontamente si porta le mani alla testa che scuote con veemenza e alzando il tono di voce ci dice “Non lo fate se tenete alla pelle, qui le regole della strada nessuno le rispetta, guardavi attorno e ditemi se avete mai visto qualcosa di simile“. In effetti guardare fuori dal finestrino fa una certa impressione, ma non ci lasciamo scoraggiare e due giorni dopo noleggeremo una Matiz non proprio nuova fiammante ma comunque abbastanza sicura.

Arrivati in albergo dietro al bancone della reception incontriamo Rodienne, ci accoglie anche lei con un bel sorriso solare anche se forse un po’ forzato. Impareremo con il passare dei giorni che la ragazza non solo e’ una delle receptionist piu’ disponibili che abbiamo mai incontrato ma pure che lavora turni di 12-15 ore e fa un solo giorno di riposo alla settimana. Se il sorriso non le viene piu’ troppo spontaneo abbiamo trovato il perche’. Provo da subito la carta della conversazione e Rodienne sembra stare al gioco, e’ carina, gentile e risponde apertamente e con sincera disponibilita’ ad ogni mia domanda. Nei sette giorni di soggiorno ci fermeremo spesso a parlare con lei, soprattutto alla sera quando e’ meno impegnata e magari ha pure voglia di farsi due chiacchere con qualcuno al di fuori dell’argomento lavoro. Finiremo per scoprire aspetti e gusti del tutto personali di questa ragazza maltese, sapremo dei sui viaggi, dei sui sogni e persino dei sui parenti che vivono a Manchester e che verranno a trovarla proprio la domenica in cui siamo li. Fossimo stati qualche giorno in piu’ saremmo sicuramente finiti per godere di una cena cucinata in famiglia. (Continua)

Avevo cominciato a scrivere questo post qualche mese addietro, ma quella sera stavo cosi’ male che dovetti abbandonarlo tra le bozze. Come spesso mi accade pero’, nel pieno relax della doccia serale mi e’ nata l’idea di fare un breve post sulla malattia, cosa che chi piu’ chi meno prima o poi dovra’ affrontare nella vita.

Il post originale iniziava cosi’:

I brividi corrono lungo la schiena come scariche elettriche, la testa che sembra dover scoppiare da un momento all’altro e ogni singolo muscolo, tutte le ossa e le articolazioni fanno talmente male che se mi fossero passati sopra dieci autotreni con rimorchio, a pieno carico ovviamente, starei probabilmente meglio.

E’ cosi’ che mi sento e giaccio disteso sul letto con la testa sotto le coperte in un vano tentativo di trovare un po’ di tregua dai brividi e da me stesso. Non riesco a controllare il tremore alimentato da un freddo strano, un freddo che sembra nascere da dentro le ossa.”

Passai una notte da urlo, e nonostante non fossi affatto in forma (per usare un eufemismo), la testa continuava a frullare senza sosta e le idee, i pensieri, le riflessioni e le domande che accompagnano le mie giornate continuavano ad affollarmi la testa. In mezzo a questo marasma, una domanda in particolare colse la mia attenzione forse perche’ ricorrente ogni volta che non mi sento al cento per cento.

Perche’ quando stiamo bene diamo tutto per scontato?

Quando stiamo male pensiamo a tutte le cose che avremmo voluto e potuto fare se fossimo stati bene, cose come fare una passeggiata, invitare un amico a cena, andare al cinema o al mare, rileggere uno dei nostri libri preferiti o semplicemente starcene seduti in giardino ad ascoltare il canto degli uccelli. Pensiamo spesso a tutto cio’ di cui la malattia ci sta privando in quel momento o periodo.

Una volta guariti invece, rientriamo prontamente nel tran tran quotidiano, ci facciamo prendere di nuovo dalle cose e finiamo per fare poco o niente di tutto cio’ di cui ci sentivamo privati perche’ ammalati. La verita’ e’ che quando stiamo bene pensiamo sempre che abbiamo tempo, che la passeggiata la possiamo fare domani, che l’amico lo possamo sempre incontrare il prossimo fine settima, pensiamo che per tutto ci sara’ un’occasione futura e magari piu’ opportuna.

Ma con un atteggiamento del genere non diamo per scontata la vita? Secondo me si’ e in virtu’ di questa riflessione ho accettato un invito a cena da un amico per il prossimo venerdi.

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