
Il Boyne scorre lento e pacioso giù nella valle e nei giardini di Townley Hall la banda suona all’ombra del grande sicomoro. Art in Action , un luogo magico in mezzo al verde dove abbiamo trascorso la bellissima giornata di sabato 31 Maggio. Il festival si svolge ogni anno durante il lungo fine settimana di giugno e quello appena passato ne ha segnato la quindicesima edizione.
La giornata è veramente stupenda in questo ultimo giorno del maggio Irlandese, il più caldo degli ultimi cento anni a giudicare dalle statistiche pubblicate sui giornali la settimana scorsa. Siamo in tanti a goderne, lo si legge sui sorrisi. Una bambina piccolissima balla al ritmo vivace della musica e guardarla mi punzecchia la gioia di vivere.
In questo posto, lontano dalla città, si respira davvero un’aria diversa, più fresca, vivace, allegra. La gente ha stampata in viso un’espressione tranquilla e rilassata, una bella esternazione degli animi ricaricati dal tepore del sole, dalla bellezza del luogo, dal buon cibo e soprattutto da tanta bella arte.
Ma quello che per me rende l’aria davvero speciale non è la cucina Indiana con la quale mi son deliziato il palato e non è neppure l’essere in mezzo alla natura, cosa che come sapete è spesso la cura di tutti i miei mali.
Direi piuttosto che sia l’odore del pezzo di legno che, davanti ai miei occhi, la mano esperta di Paddy o di Andrey sta modellando sul tornio lasciando a terra una nevicata di trucioli bianca e profumata. O la mano che tutta imbrattata stringe tra due dita il pennello che Tom, un pittore di scuola Impressionista (tra le mie preferite) fa scorrere con gentilezza e precisione sulla tela.

E poi c’è Alison che nonostante intrecci rami di salice da oltre quarant’ anni continua a farlo con lo stesso amore di quando ha cominciato. C’è Jane che stende la creta con il mattarello come fosse pasta fatta in casa, la taglia a strisce più o meno regolari per utilizzarla in seguito per fare vasi di varie forme e colori.
C’è poi un Derek, un signore con una faccia scavata dagli anni e i capelli lunghi e grigi. Di mestiere costruisce strumenti musicali a corda dei quali espone alcuni bellissimi esemplari in una tenda fatta di legno e stoffa, ma lo troviamo fuori che sta piallando alcune stecche di legno accanto a quella che somiglia alla chiglia di una piccola imbarcazione. Ogni volta che qualcuno si avvicina alza gli occhi per un attimo, sorride e si rimette a lavoro. Dice che sta costruendo una piccola canoa che utilizzerà la prossima estate per fare gite di pesca sul lago. Uno dei sui passatempi preferiti.
L’incontro con Paul Doolye, un musicista fabbricatore di arpe è quello che più mi coinvolge. Sul bancone difronte a sé oltre ad alcuni Cd sono poggiate, una ad ogni lato, due bellissime arpe irlandesi. Una terza ancora non terminata la stringe tra le ginocchia e con cura e attenzione sta dandole gli ultimi ritocchi con carta vetrata. Anche quella che suona lui se l’è costruita con le proprie mani utilizzando legno di ciliegio, salice e pino svizzero. Ci racconta della sua musica e delle sue arpe, ci spiega la differenza tra i vari tipi di legno, il numero di corde e i differenti metalli che le compongono. Lo si ascolta volentieri e alla fine ci invita pure a suonare qualcosa. Dice che l’arpa è uno strumento speciale, basta pizzicare sulle corde e ne esce musica. Con non poco timore ci decidiamo a provare e dobbiamo dargli ragione, il suono ad ogni tocco di corda è gia’ musica.
Più tardi seduto sull’erba all’ombra di una quercia ripenso a tutti gli artisti/artigiani che abbiamo incontrato, penso all’espressione sui loro visi, ai piccoli e grandi capolavori frutto del loro lavoro, penso alla bellezza del suono dell’arpa, al profumo del legno e dell’olio di lino, al cuoio del calzolaio Turco, la creta bagnata e quanto sia bello sentirla prendere forma dalle proprie mani, penso allo splendore dei gioielli fatti a mano, al martello che batte sull’incudine del mastro ferraio. Quante emozioni ci hanno regalato.
Per un attimo penso alle mie giornate trascorse in un ufficio ad aria condizionata, dove tutto e’ procedure e regole, dove la fantasia non ha spazio, dove l’unico stimolo tattile che le mie mani ricevono e’ sulla punta delle dita che battono sulla tastiera. Soprattutto penso a quanto amore, quanta dedizione, quanta passione e intensita’ ho ritrovato riflessa negli occhi e nelle opere di tutti quelli che abbiamo incontrato e con i quali ci siamo fermati a parlare.
Per un attimo, ad occhi chiusi, ho cercato di immaginarmi la luce che si accende nei mie occhi quando parlo del mio lavoro. Tutto quello che ho visualizzato e’ stata la luce fredda di un neon. Riaprendo gli occhi ho riempito i polmoni con respiri profondi e mi piace pensare che un po’ di quella atmosfera, di quell’aria di cui il festival era intriso si sia depositata nei miei polmoni. Una scorta a cui attingerne ogni volta che ne sento il bisogno.